|
Diario
30 maggio 2007
questione di leadership...
più va avanti lo stimolante dibattito sui tempi e sulla leadership del
pd, più ho l'impressione che alla fine di questa storia il leader lo
sceglieranno i 4 che saranno rimasti ad affondare insieme a tutta la
barca. tra l'altro, pare assurdo che gli innumerevoli iceberg li si
veda noi dalla sala macchine, senza che capitano e ufficiali battano un
ciglio o diano l'impressione di voler cambiare la rotta. e poi questo
paragone della barca lo usava sempre menoz quando presentava la angius
e non mi piace per nulla. e poi pensare ad un 70enne che si candida
alla guida di un partito mi fa tristezza, a prescindere dal contesto e
dalla tempistica. e poi mi sono rotto le palle di vedere ambiguità e
timidezza nelle discussioni politiche(ché dobbiamo fare il pd, e pare
che discutere crei imbarazzo e fibrillazioni) e cannonate ad alzo zero
quando si parla di assetti(ché l'importante non è la qualità del
progetto, in fin dei conti, ma quante iarde ciascuno può guadagnare
nella grande mischia per la leadership).
ma pazienza, sono solo il solito vecchio rompicoglioni di sempre. e come al solito ripiegherò sull'ottimismo della volontà.
...e l'Italia giocava alle carte
e parlava di calcio nei bar
e l'Italia rideva e cantava...
p.s. stasera fausto ad 8 e mezzo. grazie mille a chi me l'ha ricordato, e buona visione.
| inviato da il 30/5/2007 alle 20:2 | |
22 maggio 2007
eccessi di culture

evidentemente oggi ho proprio voglia di scrivere. sarà che mi è capitato addirittura di trovare un po' di tempo per leggere.
consiglio a tutti "Eccessi di culture" , di marco aime. non ho ancora finito il libro e l'autore è già entrato nel mio pantheon personale(che, tra l'altro, si sta allargando a dismisura..)
particolarmente consigliato agli assessori all'immigrazione e a chiunque voglia o debba interessarsi al tema. insomma, a tutti.
buona serata
| inviato da il 22/5/2007 alle 20:24 | |
22 maggio 2007
fact
careful poetry and careful people last only long enough to die safely.
C. Bukowski
ma si, in fondo per aggiornare il blog una volta ogni tanto bastano quattro stronzate a fine giornata. buon proseguimento.
| inviato da il 22/5/2007 alle 19:32 | |
21 maggio 2007
soundtrack
Ritorno sui miei passi
E adesso contali bene
Il tempo che è passato
Non è una buona ragione
Ho idea che non mi basti
Lo scambio di un'opinione
E neanche l'imbarazzo
Con cui mi mostri le scuse
La muta del serpente
Nasconde il tuo vero nome
Di chiacchiere suadenti
Sono già stato a lezione
Baciando la fiducia
Con un rasoio a due lame
Hai fatto molta strada
Sacrificato persone
Tutta la tua arrogante danza danza
La sicurezza di chi è sempre a tempo
Il giusto slalom sfavillante e attento
Di chi da sempre esige l'ultima parola
Ti farò male più di un colpo di pistola
È appena quello che ti meriti
Ci provo gusto me ne accorgo ed allora
Non mi vergogno dei miei limiti e lividi
Come ti gira dopo un colpo di pistola
Ti vedo un po' a corto di numeri
Ci provo gusto me ne accorgo ed allora
Non mi seccare coi tuoi alibi alibi
Durante questo tempo
Ho vomitato rancore
Ho ricucito i pezzi
Ricominciato a sperare
Avevi tutto quanto
Anche il mio sogno migliore
Hai preso ciò che serve
Senza ritegno nè onore
Come gira dopo un colpo di pistola
Ti vedo un po' a corto di numeri
Ci provo gusto me ne accorgo ed allora
Non ci provare coi tuoi alibi alibi
buona giornata a tutti.
| inviato da il 21/5/2007 alle 17:26 | |
4 febbraio 2007
No pasaràn
MOBILITAZIONE ANTIFASCISTA CONTRO LA VIOLENZA SQUADRISTA
Nella notte tra il 1 e il 2 Febbario, dopo aver finito di affiggere dei manifesti di denuncia contro un’imminente e provocatoria manifestazione indetta a Fano da Forza Nuova, i compagni Samuele Mascarin (Esecutivo nazionale Sinistra giovanile) e Luca Serafini (Segretario comunale DS Fano) sono stati vittime di un’aggressione squadrista da parte di un gruppo di neofascisti. In particolare gli squadristi sono riusciti - dopo averlo fermato e identificato come Segretario DS – a picchiare e a colpire più volte Serafini. Nell’esprimere a questi compagni la nostra massima solidarietà, condanniamo con forza questo atto squadrista e il clima di tensione e di continue provocazioni alimentato dai neofascisti che, ormai da mesi, hanno fatto di Fano il loro palcoscenico regionale e nazionale. Le scritte, i manifesti, le iniziative di carattere xenofobo e nazionalista…la più becera propaganda dell’estrema destra ha ora lasciato il posto all’intimidazione e alla violenza organizzata. La colpa di tutto questo è anche di chi in questi mesi ha – a partire dal Sindaco Aguzzi – colpevolmente sottovalutato l’attività provocatorie dei neofascisti, tollerandone l’ingresso nella vita democratica della nostra comunità. Oggi come ieri la Sinistra giovanile ribadisce il proprio impegno a contrastare in ogni scuola, in ogni quartiere, in ogni città le forze neofasciste, la loro propaganda e le loro pratiche politiche. La Sinistra giovanile invita tutte le compagne e i compagni e tutti i sinceri democratici ad una grande mobilitazione antifascista, vigilando attivamente affinché questi episodi di squadrismo non abbiano mai più a ripetersi, impegnandosi affinché i fascisti siano spazzati via dalla nostra città.
LE RAGAZZE E I RAGAZZI DELLA SINISTRA GIOVANILE CIRCOLO "SALVADOR ALLENDE" FANO Sono incazzato nero. Ed oltre ad esprimere tutta la mia solidarietà ai compagni barbaramente aggrediti, mi chiedo quanto ancora dovremo aspettare prima che quell'accozzaglia di squadristi di merda chiamata "forza nuova" sia messa fuori legge e trattata come merita.
| inviato da il 4/2/2007 alle 18:37 | |
31 gennaio 2007
Perché siamo favorevoli ai matrimoni tra cattolici
Siamo completamente favorevoli al matrimonio tra cattolici.
Ci pare un’ingiustizia e un errore cercare di impedirlo. Il
cattolicesimo non è una malattia. I cattolici, nonostante a molti non piacciano
o possano sembrare strani, sono persone normali e devono possedere gli stessi
diritti della maggioranza, come fossero – per esempio – gli informatici o gli
omosessuali.
Siamo coscienti che molti comportamenti e aspetti del
carattere delle persone cattoliche – come la loro attitudine a patologizzare il
sesso – possono sembrarci strani. Sappiamo che inoltre a volte potrebbero
emergere questioni di salute pubblica, come il loro pericoloso e deliberato
rifiuto dei preservativi. Sappiamo anche che molti dei loro costumi, come
l’esibizione pubblica di immagini di torturati, può dare fastidio a molti.
Però questo, oltre che essere più un’immagine mediatica che
una realtà, non è una buona ragione per impedire l’esercizio del matrimonio.
Alcuni potrebbero argomentare che un matrimonio tra cattolici non è un vero
matrimonio, perché per loro si tratta di un rito e di un precetto religioso
assunto davanti a Dio, anziché di una unione tra due persone.
Inoltre, dato che i figli nati fuori dal matrimonio sono
pesantemente condannati dalla Chiesa, qualcuno potrebbe considerare che
permettere ai cattolici di sposarsi incrementerà il numero di matrimoni per via
di “quello che la gente mormora” o per la semplice ricerca di sesso (proibito
dalla loro religione fuori dal matrimonio), andando così ad aumentare i casi di
violenza familiare e famiglie problematiche.
D’altra parte bisogna ricordare che questo non riguarda solo
le famiglie cattoliche e che – dato che non possiamo metterci nella testa degli
altri – non possiamo giudicare le loro motivazioni.
Infine, dire che non si dovrebbe chiamarlo matrimonio, ma in
un’altra maniera, non è che una forma, invero un po’ meschina, di sviare il
problema su questioni semantiche, del tutto fuori luogo. Anche tra i cattolici
un matrimonio è un matrimonio e una famiglia è una famiglia!
E con questa allusione alla famiglia, passiamo all’altro
tema incandescente, che speriamo non sia troppo radicale: siamo favorevoli a
che i cattolici adottino bambini.
Qualcuno si potrà scandalizzare. E’ probabile che si
risponda con un’affermazione del tipo “Cattolici che adottano bambini?? I
bambini potrebbero a loro volta diventare cattolici!” A fronte di queste
critiche, possiamo rispondere che è ben vero che i bambini figli di cattolici
hanno molte chances di diventare a loro volta cattolici (a differenza degli
omosessuali o degli informatici), ma abbiamo già detto che i cattolici sono
gente come tutti gli altri.
Nonostante le opinioni di qualcuno e alcuni indizi, non ci
sono tuttavia prove che dimostrino che i genitori cattolici siano meno
preparati di altri a educare dei figli, né che l’ambiente religiosamente
orientato di una casa cattolica abbia un’influenza negativa sul bambino.
Inoltre i tribunali per i minori esprimono pareri sulle singole situazioni, ed
è precisamente il loro compito determinare l’idoneità dei possibili genitori
adottivi.
In definitiva, nonostante le opinioni di alcuni settori,
crediamo che bisognerebbe permettere anche ai cattolici di sposarsi e adottare
dei bambini. p.s. Questo contributo, trovato in giro per la rete grazie al documentatissimo Astrofabio, mi pare calzante rispetto al dibattito in corso alla camera.. nei prossimi giorni, farò in modo di aggiungere altro.
p.p.s. ho trovato questo interessante intervento di un vecchio socialista reggiano sulla figura di Camillo Prampolini e sulla sua politica. ho iniziato a leggerlo e mi è parso al contempo molto interessante e molto attuale. E devo ammetere che, leggendo una raccolta di discorsi parlamentari di Camillo Prampolini, sono rimasto sorpreso dalla sua capacità di coniugare "l'analisi concreta della situazione concreta" con una forte tensione verso la giustizia e il progresso dell'uomo. Spero che per questo ci sia spazio, nel famoso partito nuovo..
| inviato da il 31/1/2007 alle 18:33 | |
1 novembre 2006
Massoneria e commenti...
A reggio emilia la discussione degli ultimi giorni è incentrata sulla massoneria. Visto che la cosa si commenta da sola, penso ad altro.
Piccola precisazione: questo post non è un post, ma un commento fatto per stare qui .
In effetti commento in drammatico ritardo rispetto a quanto mi ero ripromesso di fare leggendo questo post domenica sera. Purtroppo, però, il dibattito che si sta sviluppando in questi giorni sull'onda della determinazione di chi non è riuscito a scalzare il leader della sua coalizione con i voti e vuole farlo con i classici strumenti del democristiano nostrano, e dell'interessata ambiguità di chi in casa nostra, per poter meglio tirare sul prezzo nel suo consueto mercanteggiare e per "mettere il porco all'ombra" in caso di tempesta ed eventuali conseguenze parlamentari, mi pare confermare tutte le tue peggiori previsioni. Anche la risposta che viene dal resto della maggioranza, e tra l'altro dal suo principale partito(anche parlando già in termini di partito democratico, asse riformista o "partito del premier") non mi convince minimamente. Nel momento in cui si esclude quest'ipotesi, non è sufficiente sostenere che se cadesse il governo prodi si tornerebbe ad elezioni. Certo, la cosa tornerebbe utile a berlusconi, quindi la minaccia conserva una certa credibilità, ma non credo possa bastare una minaccia a togliere dal campo l'azione di costante ricatto dei nuovi opposti estremismi che lavorano ai fianchi il "partito democratico". Ed è bastato quell'atteggiamento, e l'incapacità di superarlo con il giusto mix di attenzione e fermezza e parlando in modo chiaro ai cittadini, ridotti in queste settimane a spettatori di una contrattazione non molto dissimile nel metodo da quelle che hanno caratterizzato le finanziare dei governi precedenti. Questa finanziaria non si presta certo a grandi operazioni mediatiche, e tendenzialmente è in contesti come questo che i governi hanno i loro peggiori crolli di popolarità. Ma non capire che ruolo gioca il nostro partito, assistere a questo atteggiamento passivo e difensivista, è decisamente preoccupante e doloroso. E qui entra in gioco il famoso partito democratico, con tutte le sue contraddizioni. Se è vero che questo partito "è già dentro di noi", non si capisce come mai non possa funzionare già in questa fase il tanto citato "motore riformista" della coalizione. Ma soprattutto, se i due partiti che sono determinati a portare avanti questa operazione hanno deciso di fondersi in un soggetto riformista in grado di coinvolgere il "popolo delle primarie" in una discussione pubblica diffusa e costante, con una democrazia interna aggiornata e liberata dalle varie cristallizzazioni prodottesi nei rispettivi "partiti di provenienza" e sedimentate da anni o decenni, con la capacità di discutere della politica senza ambiguità e al di sopra dei particolarismi, non si capisce perchè continuino a discutere del partito democratico e non facciano nulla per operare conformemente a questi ragionevoli e condivisibili principi. In realtà, poi, la ragione si capisce. Le rendite di posizione e le cristallizzazioni sono ciò che ha permesso ai loro rispettivi gruppi dirigenti di conservare il loro status, è evidente dunque che costoro hanno l'assoluta priorità di comporre queste cristallizzazioni e di fare in modo che si incastrino senza che questo incontro produca fratture eccessive o porti a perdere abbastanza pezzi da mettere in discussione la buona riuscita dell'operazione. Arrivare al partito democratico privi di questa "struttura" sarebbe per loro impensabile: non possono permettersi di mettersi più di tanto in competizione, ché devono impiegare (o dissipare) gran parte delle loro forze nella difesa del loro status. Quantomeno, questo è ciò che vedo all'interno dei ds. All'interno della margherita, però, ci sono così tanti democristiani che non posso fare a meno di ipotizzare che tra di loro la cosa sia ancora più squallida e truculenta. Il problema è che nessuna struttura al mondo può supplire all'anima e al cervello. E quello che ci si chiede è di mettere da parte entrambi, perchè "ce lo chiedono gli elettori". In ogni caso, ormai questa roba mi pare più un occasione che un problema. E' un occasione di mandare questa struttura in cortocircuito. Maggior democrazia interna, trasparenza merito e innovazione come criteri di promozione della classe dirigente, ricambio costante e superamento delle rendite di posizione, più spazio alla "base"* sono alcune delle cose che già oggi mancano al mio partito. Se riuscissimo a imporre su queste cose una discussione seria(ovviamente è per questo che sono fondamentali regole chiare...vedi tesseramento della margherita, ma non solo), potrebbe essere davvero l'occasione di fare la storia. Se andasse tutto a puttane, sarebbe l'esito naturale della storia di un partito drammaticamente incompiuto. L'unica cosa impossibile, in questo momento, è per me restare fermo.
*base che, come è ovvio, non potrà essere il "popolo delle primarie", ché quello è puro marketing. Dovranno essere tutti quella parte di società italiana che vuole innovazione, progresso, sviluppo e modernità e che queste non possono esistere senza una vera uguaglianza nelle opportunità, condizione necessaria di qualunque meritocrazia. Ma questi, ahimé, non se li caga nessuno. E pare che questo partito democratico non debba parlare più di tanto di queste cose, quanto della tassa sui Suv.)
| inviato da il 1/11/2006 alle 17:24 | |
25 ottobre 2006
Vuoto pneumatico
Come al solito, la lettura di Reggionelweb offre diversi spunti interessanti.
Un settimanale online che ospita qualunque cosa(dalle invettive dei nuovi crociati ai comunicati di franco corradini, dal PMLI a Carc e fiamma tricolore, fino al divertente e raffinato calembour di Isabella Bertolini e ai comizi elettorali anticipati del buon Negroni) e da anche ai lettori la possibilità di commentare gli articoli, si presta in modo superlativo alla funzione di bar virtuale dove, come in ogni bar che si rispetti, ad ognuno è permesso di sparare tutte le cazzate che desidera.
Per altro, l'oste qui è per fortuna decisamente permissivo: sono vietati gli insulti alle persone, ma gli insulti all'intelligenza(di chi legge e di chi scrive) non sono soggetti a limitazioni di sorta, e anzi tendenzialmente garantiscono all'autore i famosi 15 minuti di notorietà che, da Warhol in avanti, non è lecito negare a nessuno.
Partiamo da un titolo.
“Lo stupro di gruppo nel mio romanzo? Così le ragazzine un po’ disinibite stanno più attente…”
Premettendo che il titolo può risultare fuorviante e non rende merito al vuoto pneumatico che traspare dal resto dell'intervista come dal romanzo in generale(ché per un titolo del genere ci si potrebbe anche incazzare, mentre leggendo la frase nel contesto in cui l'autore l'ha inserita non si può fare a meno di dimenticarla leggendo la riga successiva), non si può non riconoscere dietro a cotanto sforzo la graffiante penna del buon Pierfrancesco Grasselli(poppo, per gli amici), scrittore di riferimento della sua compagnia di analfabeti e raffinato cantore delle gesta della stessa nell'interessante romanzo "L'ultimo Cuba libre"(Mursia, 2006).
Ecco la fedele ed efficace presentazione del libro sul sito della casa editrice:
C’è Leo che viene cornificato. C’è Tony che «se l’è fatte tutte». C’è Claudio che frequenta nightclub e bordelli. C’è Jessica che «la dà a tutti». C’è Max, il pusher. C’è la musica. C’è un bel po’ di tecnologia, di film porno, di cellulari, di auto sportive e costose. Ci sono le chat-line. Ci sono le vacanze a Cortina. Ci sono le discoteche. C’è la violenza sessuale. C’è la cocaina. C’è l’alcol che scorre a fiumi e riempie giornate e notti senza senso. C’è la vita normale di una generazione perduta tra droga, sesso, denaro e violenza. Un romanzo crudo, senza pietà. Un pugno nello stomaco.
«Sono davvero eccitata e credo che il Cuba Libre che ho bevuto poco fa mi abbia dato il colpo di grazia. A un tratto qualcuno mi infila una mano nella tuta da dietro, sento le dita che mi penetrano e cominciano a muoversi dentro di me e inizio a godere.»
Ora, al di la del fatto che se descrivessi in questi termini le persone che abitualmente frequento probabilmente non la prenderebbero benissimo(mentre gli amici del nostro gongolano per essere stati finalmente eternati in cotanta opera d'arte, e lui stesso dichiara che il 70% di ciò che scrive è autobiografico), e che se scrivessi come lui scrive probabilmente troverei altri passatempi con cui riempire le pause tra una seduta dall'estetista e una partita a tennis, in questo testo c'è una definizione che mi colpisce molto.
“C’è la vita normale di una generazione perduta tra droga, sesso, denaro e violenza. “
Grasselli ha 28 anni, io un po' meno. Lui e i suoi amici li vedevo davanti al classico, alla gelateria in corso garibaldi, al Green Bay alla sera. Né io, ne chi era con me ci ha mai fatto particolarmente caso, a dire il vero.
Quello che si sapeva era che alcuni ragazzini ricchi amavano stare per conto loro, che la cocaina era (è?) uno dei trastulli preferiti dei suddetti e che, alle volte, taluni di loro amavano portare ragazze nella villona dei genitori a canazei per piacevoli feste dove unire i quattro elementi citati nella frase che ho riportato.
Tra l'altro, è necessario sottolineare che erano solo alcuni a viverla così, già allora. E che, probabilmente, tra questi i più fortunati avranno sicuramente sviluppato quel minimo di intelligenza necessario a cercare e trovare altri spunti e altri interessi(a quanto pare, pfg è uno di questi: infatti tra una seduta dall'estetista e una partita di tennis si è messo a scrivere). Probabilmente alcuni avranno trovato un lavoro o si staranno apprestando a prendere in mano l'attività del babbo, qualcuno si sarà laureato, qualcuno si starà a buon diritto facendo i cazzi suoi.
Andando per esclusione, quelli che sono rimasti a fare la vita che descrive il nostro saranno, a spanne, qualche decina di persone. Un po' pochi, per definirsi una generazione.
Intanto, mentre questi si perdevano tra droga sesso eccetera, una generazione di giovani reggiani faceva altre cose. C'erano quelli che avevano messo su un gruppo musicale e suonavano nelle feste scolastiche, alle feste de l'Unità o in parrocchia. C'erano quelli che truccavano i motorini. C'erano quelli che erano tanto intrippati nello sport o nello studio che uscivano una sera alla settimana e non avevano(hanno?) mai sentito parlare di droga e quelli che uscivano tutte le sere, andavano in birreria o stavano in giro a fumare e dire cazzate fino alle quattro di mattina. C'erano quelli che avevano la morosa ma amavano conoscere gente e quelli che ci rimanevano male perchè lei li aveva traditi. C'erano quelli che andavano a scuola o all'università, con il massimo o con il minimo dei voti. C'erano quelli/e che i vestiti glie li comprava la mamma e c'erano quelle/i che in ogni caso non si formalizzavano e accettavano di bere qualcosa insieme comunque, così come c'erano quelli che guardavano male tutti quelli che non avevano i jeans o la polo della marca del momento.
C’erano quelli che andavano in giro con il pitbull, i pantaloni sgualciti e qualche moschettone addosso e quelli che preferivano accompagnarsi ad un bel cagnolone peloso (dicendo agli amici che “niente attira una ragazza quanto un bel cucciolone di razza”) fasciati nei loro abiti di cachemire, e la cosa curiosa è che i secondi preferiscano menarla agli altri sul gusto estetico e non desiderino invece sottolineare la comune e nobilissima passione per i migliori amici dell’uomo.
C’era una città che cambiava insieme al resto del mondo, quindi anche i giovani di quella città cambiavano. Continuano a cambiare, cambiano continuamente. Nel bene e nel male, seguendo tutte le possibili scale di grigio e imboccando le più diverse direzioni.
C'erano quelli che facevano politica e non erano moltissimi(o, quantomeno, non erano e non sono abbastanza), sebbene siano sempre stati molto più numerosi della compagnia di amici del nostro pfg. C’erano quelli che facevano volontariato. C’erano quelli che andavano ai ritiri spirituali e a messa ogni domenica mattina, e quelli che lo facevano nonostante la sbronza del sabato sera. C’erano quelli che andavano all’adrenaline e quelli che andavano al fuori orario, ci sono quelli che vanno all’italghisa e quelli che vanno al tunnel. C’era e c’è tanta altra roba. C’era e c’è di tutto, per fortuna.
Intanto alcuni di quei ragazzini ricchi sono diventati grandi, e a loro certamente si saranno aggiunti nuovi ragazzini ricchi. Continuano a fare la vita descritta dall’amico grasselli nel ”l’ultimo cuba libre”, e iniziano a pensare che quella sia la realtà. In effetti, probabilmente è ragionevole pensare che questa umanità scelta abbia difficoltà ad ammettere i suoi limiti e a prendere serenamente atto del fatto che, potendo scegliere di non fare un cazzo dalla mattina alla sera grazie allo status dei genitori, non avevano nessuna ragione per dare un senso diverso alle loro giornate.
Poi è evidente che potessero farlo: qualcuno di loro lo ha fatto, in qualche modo ha provato a farlo anche il povero grasselli con questo libro. Ma essere ricchi non significa automaticamente essere stupidi, e se ci sono persone che lavorano per pagarsi l’università perché non potrebbero permettersela altrimenti, quelli che decidono liberamente di farsi i cazzi loro trincerandosi dietro un “non sono fatto per la laurea” dovrebbero trovare la dignità di non accampare scuse e portare rispetto.
Questo presentarsi come parte di una “generazione perduta” mi suona un po’ come l’ennesimo tentativo di sottrarsi a responsabilità tutte loro. L’ennesima autoassoluzione, l’ennesima fuga dalla realtà. Non accetto discorsi simili quando me li propina il tossico di lungo corso o l’alcoolizzato al bar, figuriamoci se li posso accettare da questo manipolo di imbellettatissimi rampolli della “reggio bene” che non riescono a chiamare la dipendenza da cocaina o il vuoto pneumatico che alberga nelle loro zucche con il loro nome.
Ora, consiglio vivamente a tutti di dare un occhiata all’intervista del summenzionato fenomeno.
Io, per conto mio, mi limito ad un paio di citazioni altamente selezionate.
D: E’ facile incontrarti in centro vestito sempre impeccabile e all’ultima moda. Ti senti un po’ il classico “fighetto del centro”?
R: Sono convinto che se l’abito non fa il monaco, di sicuro fa la sua parte. Trovo che gran parte della gente – di solito perché hanno un senso estetico che fa schifo- (ma molti anche per mentalità provinciale o per tristi ragioni pseudopolitiche), vada in giro vestita da far pena. Ma sono loro che devono adeguarsi e migliorare, non io che devo abbassare i miei standard per far piacere a loro. Non lo so, magari se andassi in giro con una felpa con il cappuccio, i jeans impadellati e una cane al guinzaglio sarei più popolare… Ma sono d’accordo con Oscar Wilde quando scrisse: “Solo gli stupidi non tengono conto delle apparenze”.
Per dire, non ho mai avuto un cane. Quindi la padella che ho rimediato oggi a tavola denota con tutta probabilità una mentalità provinciale, visto che non basta l’argomento del pranzo di oggi per attribuire ad essa regioni pseudopolitiche. In ogni caso, ho la seria impressione che difficilmente mi adeguerò ai canoni del signor grasselli, migliorando. E’ altresì vero che posso escludere senza ombra di dubbio l’ipotesi di intervenire per chiedere al suddetto di modificare i suoi standard: in tutta sincerità, la cosa non mi darebbe alcun piacere. Per altro, se anche decidesse di andare in giro con cappuccio, jeans impadellati e un cane al guinzaglio continuerebbe a scrivere male, dunque la cosa non inciderebbe dal mio punto di vista sulla stima che ho di lui in quanto scrittore. Ora, il ragazzo può anche convincersi che si tratti di abbigliamento: comprendo che a qualcuno possa sfuggire qualche sfumatura del termine stile, e che questo possa portare a ricondurre tutto all’accezione molto specifica di “fashion”, ma di certo questa impostazione non aiuta a gestire in positivo i propri limiti.
Poi:
D: Se fossi stato figlio di un operaio, avresti potuto permetterti di scrivere “L’Ultimo Cuba Libre”, sia per quanto riguarda la disponibilità economica, che per i contenuti stessi del romanzo?
R: Se fossi stato figlio di un operaio, ma avessi avuto la stessa passione, avrei scritto qualcosa di diverso dal punto di vista tematico, visto che probabilmente avrei frequentato ambienti differenti, ma la storia non si fa con i “se”… Quanto alla disponibilità economica, di sicuro non ho fatto la fame come John Fante o Bukowski… ma ho controbilanciato ampiamente con furiose litigate, una famiglia che non mi incoraggiava di certo, anni di frustrazione e di paura di non farcela e fare tutto per niente… Ma per fortuna sono un tipo cocciuto.
Controbilanciato ampiamente? Ma scherziamo? Questo molla l’unversità per scrivere stronzate su tuttoreggio in attesa di pubblicare un romanzo al cui confronto melissa p è una scrittrice, e con l’incazzo dei suoi controbilancia ampiamente il background di john fante o di Bukowski. A questo punto, pensando all’umore di mia madre ogni volta che “posticipo” un esame all’università dovrei sentirmi legittimato a paragoni piuttosto arditi.
Il punto è, ahimè, che non basta cercare di adattare allo spirito del reality show in retrospettiva le vuote cronache dei cazzi dei propri amici per definirsi scrittore. Qualcuno ha azzardato dei paragoni con tondelli, qualche volta. Dunque, delle due l’una: o non ha letto il suo libro, o non conosce tondelli.
Veniamo ora alla frase che da il titolo all’articolo di reggionelweb, ché come ho scritto non mi piace decontestualizzare.
D: La cronaca di fatti drammatici che leggiamo sui giornali riporta la realtà e rientra nel diritto di informazione. Scrivere proprio un romanzo che per taluni può apparire come un “inno alla superficialità” non ti crea qualche scrupolo?
R: “Inno” non direi proprio, piuttosto può servire ad aprire gli occhi su una certa realtà. In un certo senso, anzi, un romanzo di questo tipo – proprio perché spaventa – può servire a mettere in guardia contro certe condotte troppo libertine e sconsiderate, che, come si evince dal romanzo, portano sulla strada del pericolo e della dannazione. Per esempio, sono certo che una ragazzina un po’ disinibita starà un po’ più attenta a farsi dare passaggi da sconosciuti, dopo aver letto il romanzo…
E’ bello notare come, a domanda velatamente moralista, il signor pfg non riesca a trattenersi dal riscoprirsi tale. Cioè, dopo aver chiarito che sono lui e i suoi amici a fare quel tipo di vita, con la solita testa di cazzo travestita da maledettismo un po’ sfigato, salta fuori che certe condotte portano sulla strada del pericolo e, addirittura, della dannazione. La solita ipocrisia da italietta, il puttaniere che va alla messa della domenica per baciare la mano al cardinale, il fate come dico ma non come faccio. Un ipocrisia al quadrato, giusto per non far fare brutta figura al babbo, che il maledettismo va bene ma c’è un limite a tutto. E, comunque, guai a chi trascuri di curare le apparenze.
In ultimo, e senza perdermi ulteriormente in citazioni, mi limito a notare che dai commenti di reggionelweb è già possibile individuare la risposta della suddetta compagnia di amici alle mie piccole osservazioni. A quanto pare, si tratta di invidia.
La solita fuga della realtà, con l’aggiunta del nuovo, fiammante nemico tutto impegnato a trovare modi per far sentire in colpa questi bravi ragazzi.
Il “sinistroide” e il “fattone”, ché ogni cosa va prima di tutto rapportata ai fidati canoni dell’esteriorità. Nei fatti, chiunque si permetta di giudicare scelte di vita evidentemente insensate e sfasate rispetto alla realtà(a loro possibili solo in ragione di un certo “status” che li pone sotto vari punti di vista fuori da essa) e chiunque gli sbatta in faccia con la semplice e più o meno coerente scelta di un diverso approccio alla vita la loro più che palese inutilità. Tra l'altro, una categoria molto più capiente e affollata di quella, piuttosto imprecisa, del "sinistroide" o del "fattone"
Caro poppo, verrà il giorno in cui per qualche ragione dovrai conoscerla, la vita vera. Quel giorno forse sarai in grado di scrivere un libro.
| inviato da il 25/10/2006 alle 19:44 | |
22 ottobre 2006
Surreale.
Tornando dalla stazione di reggio emilia, poco fa, ho avuto la fortuna di assistere al concentramento da cui partirà, se non è già partita, una variopinta e inusuale manifestazione di cingalesi che, dietro ad un enorme bandiera dello Sri Lanka, protestano contro l'appoggio che alcuni paesi europei e alcuni media occidentali a quanto pare garantiscono alle tigri tamil.
Dopo la manifestazione degli integralisti musulmani l'anno scorso, quella della lega con borghezio in concomitanza con quella della "sinistra antagonista" poco dopo e quella di don renza al parco del popolo, finalmente una cosa seria.
Pare, tra l'altro, che a reggio ci siano molti più tamil che cingalesi. speriamo che si risolva con un abbraccio, intanto prometto che mi documenterò al riguardo quanto prima.
Ad ogni modo, anche se può sembrare strano non è questa la cosa più surreale della giornata.
Avete presente Gian Paolo Pansa?
Lunedì sera doveva presentare il suo ultimo libro a reggio emilia.
Parte sempre da qui, ché qui è così pieno di misteri che non c'è lucarelli che tenga.
Così pieno di misteri che è stato il Pci a sollevare il problema molti anni fa, che è l'istituto storico della resistenza del comune di reggio emilia a fare ricerca sui tasselli mancanti nella storia della liberazione, che il capo dei partigiani "rossi"(i catttivi, secondo pansa) Giacomo Notari è sempre in compagnia, in ogni iniziativa pubblica, del capo di quelli "bianchi"(i buoni, sempre stando al nostro) Romolo Fioroni.
Tanto che, dalle nostre parti, è quasi impossibile trovare un iniziativa dell'Anpi che non sia siglata Anpi-Alpi-Apc e che lo striscione che reca queste tre sigle è di gran lunga il più presente nei cortei e nelle commemorazioni. In ogni caso, ad un certo punto dalla attenta e composita platea convenuta all'hotel astoria per la presentazione del libro(protagonisti il suddetto pansa e Aldo Cazzullo del corriere) si alza un giovanotto che, insieme a quindici amici e sotto l'occhio vigile di una telecamera della rai, inscena una protesta idiota contro pansa il revisionista gridando slogan piuttosto curiosi(sul corriere, il giorno dopo, era riportata la frase <W la resistenza, W giorgio bocca>. alzi la mano il primo che ricorda di aver sentito un autonomo inneggiare a Giorgio Bocca..).
Poi, quasi all'improvviso, i giovani se ne vanno dopo essersi docilmente fatti identificare dagli uomini delle forze dell'ordine. Considerato che questi, secondo le ricostruzioni giornalistiche dei giorni successivi, dovrebbero appartenere alla galassia che ha prodotto gli scontri e le devastazioni di Corso Buenos Aires a milano, la bonaria e pacifica conclusione ci regala un ulteriore elemento di contraddizione.
Inoltre, contrariamente a quanto riportato da Cazzullo sul corriere del giorno dopo, i presenti sono concordi nell'affermare che non sia volato mezzo cazzotto(per altro, nel caso così non fosse non si spiegherebbe come mai nessuno abbia sporto denuncia per l'aggressione). C'è poi un altro dato che mi pare piuttosto significativo. I sedicenti "compagni" romani sono partiti da roma senza premurarsi di dire nulla agli antagonisti nostrani.
Cosa, anche questa, davvero inusuale: non si è mai visto un gruppo antagonista muoversi non dico senza appoggi logistici in loco, ma senza nemmeno mettersi in contatto con i suoi omologhi(e, ultimamente, gli sharp di reggio sono piuttosto famosi dopo essere saliti alla ribalta nazionale con i fatti di corso buenos aires e il conseguente arresto di un buon numero di loro).
In ogni caso, può anche darsi che fossero solo degli stupidi e che la scelta di venire a reggio emilia senza dire nulla a nessuno, su un furgone pagato da non si sa bene chi(e lo chiede anche pansa. a questo punto sarei curioso di sapere se vuole davvero che si conosca la risposta) per inneggiare al triangolo rosso e a giorgio bocca(guarda caso uno dei più qualificati e brillanti detrattori di un modo di trattare la storia che piace tanto al nostro, che proprio per questo ne ha fatto il suo principale idolo polemico), con slogan che non troverebbero posto neanche in una parodia del cosiddetto "antifascismo militante" scritta da un ubriaco e con la sola prospettiva di dare una copertura mediatica nazionale alla presentazione di un libro, e un aura da martire al povero scrittore zittito per cinquant'anni, e zittito una volta ancora lunedì sera, da quei comunistacci cattivi che a reggio emilia imperversano e impediscono che si conosca la verità.
Tra l'altro, pare che questo risultato non disgustasse i nostri arditi contestatori: infatti, non appena questo è stato conseguito, giusto il tempo di espletare docili come gattini le operazioni di identificazione ed erano già in strada verso roma.
Già, probabilmente erano solo molto stupidi.
E avevano molto tempo da perdere. E molti soldi da buttare via per noleggiare il furgone e pagare autostrada e benzina. E poco tempo per cercare contatti con gli snodi reggiani della "loro" rete. Ed erano, ovviamente, troppo stanchi per occupare la sala come risulta abbiano promesso all'inizio dell'azione(poverini, dopo un così lungo viaggio li capisco..). E molta voglia di gridare il loro sdegno in faccia a pansa per trasformarlo in un eroe nazionale e per trasformare tutte le voci democratiche e aperte al dialogo che in questi anni hanno criticato le sue teorie in mandanti morali di un aggressione.
La casa editrice e l'autore ringraziano sentitamente.
Già, probabilmente erano solo molto stupidi. O forse più semplicemente sono stato molto stupido io, insieme a tutti quelli che come me hanno abboccato.
| inviato da il 22/10/2006 alle 17:29 | |
17 ottobre 2006
Doctor Cuperlo, I suppose...
Attraversando il deserto politico e intellettuale oltre il quale dovrebbe trovarsi questo fantasmagorico partito democratico, più di una volta mi ha assalito il desiderio di fare quattro chiacchiere con qualcuno che parlasse la mia stessa lingua.
Devo confessarlo, ad un certo punto non ci speravo quasi più.. in verità, cominciavo ad arrabbiarmi. Non era di questo che mi avevano parlato, quando si era intrapreso il viaggio.
Finalmente, una buona occasione.
"Doctor Cuperlo, I suppose..."
PARTITO DEMOCRATICO: INNOVATORI E CONSERVATORI
Comunque la si
pensi Orvieto ha alimentato molte aspettative sulla nascita del Partito
Democratico. Intanto per il messaggio di fondo: “il partito si farà:
discutiamo le tappe ma indietro non si torna”. E poi per la scelta di
affrontare i nodi finora sullo sfondo; le radici del nuovo soggetto, il
suo profilo, le forme nelle quali si organizzerà. Vorrei provare a dire
cosa ho tratto da quei lavori, partendo da una notazione di clima.
Michele Salvati sul Corriere della Sera dei giorni scorsi ha riproposto
lo scontro decennale tra ulivisti, “più innovatori ma largamente
minoritari” e partitisti, “più conservatori e molto forti”. Tradotto,
da un lato forze fresche e insofferenti verso i vecchi apparati,
dall’altro i vecchi apparati infastiditi da quella che considerano una
minaccia. In questo dualismo il popolo delle primarie funziona come un
elastico. Serve agli uni per dire che il partito democratico è già oggi
molto più della somma dei partiti. Agli altri per sottolineare che
senza i partiti le primarie neppure si sarebbero svolte. Se il punto
fosse questo, la mia simpatia andrebbe ai secondi. Ma il punto non è
questo. Ascoltando i contributi, tutti molto rigorosi, di quel
seminario mi sono rafforzato nell’idea che il problema è lo schema di
Salvati. O meglio, il fatto che per ragioni diverse quello schema
abbiamo finito per subire. Mi permetto di dirlo così. A Orvieto ho
ascoltato alcuni brillanti “ulivisti conservatori”. Li ho sentiti
teorizzare la nascita di un partito che in assenza di un richiamo alla
medesima famiglia politica in Europa deve fondare la propria natura
sull’essere una forza principalmente nazionale. Ho ascoltato l’idea di
una partecipazione diretta ma episodica alla scelta della leadership o
delle principali opzioni programmatiche, anche attraverso referendum
tra gli iscritti. Ho inteso evocare il bisogno di un primato “delle
ragioni che ci uniscono sui motivi residui di divisione”. La mia
opinione è che di fronte ad argomenti di questo genere noi abbiamo
bisogno di più “partitisti innovatori”. Insomma, se davvero questo
nuovo soggetto lo vogliamo per tutte le ragioni elencate a Orvieto, a
noi tocca respingere l’idea che i partiti – e il nostro in primis –
siano fattori frenanti o di conservazione. Se prevale una lettura del
genere sarà inevitabile arrivare al traguardo in una condizione di
minorità. Culturale prima che politica. L’unico modo serio perché il
progetto veda la luce e viva negli anni è portarvi dentro la spinta
della sinistra più innovativa, quella che non ha il problema di
giustificare se stessa ma di accreditare la propria autonomia e
modernità. In questo non c’è nulla di ideologico, ma la volontà di
capire come immaginiamo il futuro del paese. Spesso nei mesi scorsi si
è parlato del nuovo partito come di un traguardo non rinviabile, un
treno in movimento, lo strumento necessario per la stabilità del
governo. Sono d’accordo. Ma sulla “missione” forse qualcosa da chiarire
resta. Non per esaltare le differenze, casomai per assumerle e farne
leva di una sintesi possibile. Si dirà che c’è tempo, e magari è vero.
Ma cominciare non guasta. E del resto molti ne hanno parlato anche a
Orvieto. Per quanto mi riguarda credo che la “missione” del partito
democratico vada oltre i destini della classe dirigente che lo
promuove. Direi che la “missione” capace di parlare al paese si fonda
sul riconoscimento centrale della persona, della sua autonomia, dei
suoi diritti e doveri di cittadinanza, della sua responsabilità. Due
righe e mezza. Ma dietro queste due righe c’è prima di tutto una
lettura del mondo e un primato assoluto dei diritti umani, ovunque. La
sintesi non rende merito alla complessità del tema. Ma se siamo
d’accordo sulla premessa è velleitario il solo pensare oggi alla
politica, e all’identità dei soggetti politici, dentro un orizzonte
principalmente nazionale. Non è questione di affiliazione a questa o
quella famiglia politica. Il tema è quale visione si ha dei processi e
delle emergenze globali. E come si pensa di esercitare un’influenza sul
campo di forze che solo è in grado di battersi per una universalità dei
diritti umani e sociali e della democrazia. Per questo non comprendo
quando sento parlare della collocazione internazionale del nuovo
partito come di un problema. Capisco che non si tratta di associare a
una casa non sua chi socialista non è mai stato. Ma il punto non è
l’appartenenza. Il punto è la concezione della politica che
caratterizzerà il nuovo partito. Concezione che deriverà prima di ogni
altra cosa dal suo giudizio sul mondo e dal ruolo che sceglierà di
ritagliare per sé dentro quell’orizzonte vasto, dove agiscono
movimenti, partiti, culture organizzate. Dire dove saremo, con chi
staremo, è uno dei modi per dire chi siamo. Ma dietro a quelle due
righe e mezzo dovrebbe vivere anche un altro disegno, quasi più
ambizioso: rovesciare nel nostro paese lo schema che storicamente ha
visto prevalere lo spirito di consorteria, le rendite di potere nel
pubblico e nel privato, i tratti familistici e amicali, le logiche
corporative. Zavorre che impediscono a tutt’oggi alla parte più
dinamica, ai “meritevoli ma privi di mezzi”, di sentirsi parte di una
scommessa sull’avvenire. Una risposta, anche se non la sola, è nelle
liberalizzazioni. Altre soluzioni sono nell’investimento sugli
individui e sulle loro capacità. Allora bene le liberalizzazioni. Bene
gli incentivi (ancora pochi). Ma l’Italia ha bisogno soprattutto di
“regole”. Di una cultura delle regole. Di rispetto dei singoli. Di uno
spirito civico che si fonda su alcuni grandi messaggi ideali e
sull’impegno morale di una classe dirigente che guarda a tre o quattro
generazioni di donne e di uomini, le più maltrattate, e dice loro, “voi
siete stati finora in fondo alla classifica, adesso passate in testa, e
noi – cadesse il mondo – ci occuperemo di voi”. Se serve – e servirà,
ahimé se servirà – combattendo apertamente quei poteri che nei fatti
paralizzano lo sviluppo e la crescita di questo paese. Quindi “regole”,
e con le regole – insisto – diritti e strumenti per affermare la
propria personalità, nelle scelte fondamentali della vita, nello studio
e nel lavoro, nell’affettività, nella tolleranza e nell’inclusione. Non
mi sembra un divagare. Mi pare una chiave che si rivolge al paese nel
suo complesso, alle imprese e al lavoro, ai saperi, all’informazione.
Con un messaggio che riscopre le virtù civiche migliori e le riconduce
a quella figura – il cittadino e le sue aspirazioni – da sempre secondo
nella gerarchia italica degli interessi da difendere e conservare. Sono
argomenti noti, lo so. Se li riprendo è per dire che la traduzione di
questo impianto in politiche pubbliche efficaci è il terreno dove si
misura la coerenza di una cultura politica. A partire da quella del
futuro partito. Allora è giusto dire che “ci divide il passato ma non
l’idea del futuro”? Spero sia così. Ma è un bene per tutti averne
certezza. Cioè essere sicuri che di questo si tratta mentre parte quel
treno che lungo il tragitto dovrebbe moltiplicare le carrozze e non
perdere passeggeri. Insomma se ha ragione chi dice che un partito nuovo
serve perché siamo entrati in una “storia nuova”, vediamo di capire non
quanta storia della sinistra dobbiamo portare con noi ma quanta
innovazione e discontinuità, anche con la nostra storia, dobbiamo avere
il coraggio di introdurre. Ecco perché il problema non è solo il legame
col socialismo in Europa. Quel legame c’è, e non potrebbe essere
altrimenti. Il nodo è cogliere i caratteri di quel socialismo, cos’è
diventato oggi. Quale peso vi esercitano una cultura liberale e
cristiana, ambientalista e femminile, dei diritti e della cittadinanza.
Allora sostenere quel progetto è soprattutto la sfida a innovare il
riformismo anche in Italia, superando le timidezze degli ultimi
decenni. Sapendo che non tutto è stato detto e scritto, e che a questo
livello il confronto sui contenuti sarà vitale, plurale, spero
umanamente ricco. Se le cose stanno così, nessuno vuole difendere una
forma partito affaticata e che non basta a se stessa, e neppure però
convince una riduzione dei canali d’accesso alla politica al solo
allargamento della platea degli iscritti, magari con adesioni più
rapide e “leggere”. Personalmente, tanti anni fa, non ho scelto la
sinistra perché sedotto dalla sua riforma degli ammortizzatori sociali
o perché ogni tanto potevo votare in sezione. L’ho scelta perché mi
pareva tutelasse le persone. E in quel modo le liberasse da mille
vincoli e impacci. Forse può essere lo stesso per parecchi ventenni di
oggi portati a scoprire la politica, accedervi, sentirla parte di sé.
Come accade certamente quando si è chiamati a decidere il leader, il
candidato, il sindaco. O a dire la propria sulla previdenza o i
rigassificatori. Ma soprattutto come dovrebbe accadere nella
costruzione di una rete permanente che alimenta elaborazione e ricerca
di un pensiero politico contemporaneo. E qui – si può dire? – a me pare
che siamo indietro. Che tutti siano indietro. Nel senso di non aver
trovato la via per una nuova partecipazione democratica diffusa e
responsabile. Capace di liberare energie, competenze, e in grado di
rivedere i meccanismi attuali della selezione della classe dirigente,
anche nella politica e nei partiti. Mi pare un terreno da arare. E
quale occasione più propizia dell’atto fondativo di un partito nuovo?
L’ultima osservazione riguarda il nostro partito e la sua minoranza
interna. Mussi, Salvi e altri con loro a Orvieto non sono venuti per le
ragioni note. A mio parere hanno sbagliato, ma quel che penso io conta
assai poco. L’hanno fatto e basta. A questi compagni, con rispetto
profondo per la loro riflessione, vorrei rivolgere una sola domanda.
Questa partita, che investe il destino di una parte importante della
sinistra, è per loro oggi un capitolo chiuso? Cioè qualunque cosa
accada – qualsiasi percorso si realizzi e soprattutto quali che siano i
contenuti di fondo di questo processo – voi avete già scelto che “non
ci sarete” come a Orvieto e che cercherete altrove? Lo chiedo – forse
rozzamente e me ne scuso – per una chiarezza di fondo. Perché penso,
come altri, che perdere un pezzo di noi in questo viaggio sia una
rinuncia e uno spreco per tutti. Ma allora quali sono gli spazi e le
scelte discriminanti per evitare che si arrivi a una ennesima frattura?
Saperlo ci aiuterebbe e ci consentirebbe di fare una discussione
intensa e sincera. Personalmente la vedo così: mi appassiona poco un
percorso congressuale dove l’unico scopo è “contarsi”, sapendo che
tutti, gli uni e gli altri, sanno già come andrà a finire. Vorrei
sapere se un congresso tanto fondamentale può farci ritrovare il senso
di una unità larga intorno a un progetto mediato, ma infine condiviso.
O comunque più condiviso di ora. Ecco, questo mi piacerebbe. Non dei
copioni già scritti. Ma un’opera da scrivere insieme. Chissà se si può.
Gianni Cuperlo
| inviato da il 17/10/2006 alle 17:45 | |
|